Raggiungere Ramiseto da Castelnovo richiede che fino alla località Sparavalle si segua la strada statale del Cerreto per poi voltare a destra per la provinciale n°15. Si lascia sulla destra, per chi volesse darci un’occhiata, il rudere del fortino estense e si incontra, più avanti, l’area del Parco della Flora, di proprietà della Provincia di Reggio Emilia. Si tratta di un ambiente montano con diverse tipologie vegetali caratterizzato da una spiccata naturalità. Un punto attrezzato per i pic nic e una rete di sentieri segnati può consigliare una sosta e una breve passeggiata, per sgranchire le gambe.
L’abitato di Ramiseto si presenta oggi assai allungato nelle direzioni delle strade di avvicinamento, da Castelnovo e da Vetto. Ha tuttavia un centro storico interessante e compatto nella zona occidentale dell’abitato. Qui si trova un edificio di pregio, databile al 1495 grazie a una scritta sull’architrave. Ma sono diverse le costruzioni che conservano caratteri architettonici originali. Comunque, anche chi non avesse spiccato interesse per l’architettura tipica o per la storia, può fermarsi con soddisfazione a Ramiseto, se non altro per alcuni buoni ristoranti.
Chi vuole, e non se ne pentirà, può imboccare la strada che conduce al lago del Ventasso e all’omonima stazione sciistica. Altrimenti si prosegue verso Castagneto e Pieve San Vincenzo lungo l’alta valle dell’Enza, in direzione del passo di Lagastrello.
Entrambi gli itinerari si possono percorrere in una sola giornata, al prezzo, certo, di una qualche frettolosità. Se uno potesse invece riservare un paio di giorni al ramisetano, se lo godrebbe con più calma e non soltanto dal sedile di un’auto, magari trovando il tempo anche per passeggiate lungo i sentieri.
La strada per il monte Ventasso attraversa l’abitato di Montemiscoso e si inoltra, con qualche curva ma senza particolari difficoltà, tra verdi faggete fino al parcheggio della stazione scioviaria, invero costruita con un qualche rispetto per l’ambiente del lago che, a differenza del Cerreto, non è stato urbanizzato, collocandosi a una quota superiore rispetto agli alberghi e ai condomini. Ristoranti e bar ve ne sono qui e anche, prima, lungo la strada. Vi sono due campeggi.
Lasciare l’auto e fare una ventina di minuti a piedi per arrivare al lago è pressochè obbligatorio. Altrimenti perché siete venuti? Il lago, di origine glaciale, è bellissimo, collocato in una conca sotto il monte Ventasso. Chi volesse, e avesse la licenza in ordine, può tentare di pescare una trota o una tinca, ma il risultato non è affatto garantito, anche per le piante acquatiche che per gran parte delle rive rendono difficoltosa la pesca. C’era la leggenda che il lago non avesse fondo, smentita dal grande scienziato scandianese Lazzaro Spallanzani che, nel settecento, si prese la briga di smentire i pregiudizi dei nativi calando nell’acqua una cordella col piombo. E’ comunque un lago abbastanza fondo con un’acqua fredda pericolosissima per chi volesse farvi un bagno. Sconsigliabilissimo.
L’altro percorso nel Ramisetano è quello, altrettanto classico, che si dirige al passo di Lagastrello e che, con l’andata sulla sponda reggiana dell’Enza e con il ritorno nel Parmigiano, consente di percorrere un bell’anello che ha come vertici a sud il passo e, a nord, il ponte di Selvanizza che congiunge le due sponde e consente di rientrare nel Reggiano.
Dunque, lasciato Ramiseto, si prende la strada provinciale 15 verso Castagneto, un piccolo borgo notevolmente manomesso da interventi recenti ma che si segnala per alcuni pregevoli architravi, decorati con simbologie medioevali. Pare che appartenessero a un vecchio nucleo abitato poi cancellato da una frana. Quando si ricostruì, comunque in epoca antica, il nuovo paese di Castagneto, gli architravi furono rimontati sopra i nuovi portoni. Così sono arrivati fino a noi.
Dopo Castagneto si incontra Pieve San Vincenzo, che nel medioevo era ben noto per l’autorità della sua chiesa che la tradizione vuole fosse stata fondata da Matilde di Canossa. Nel 1920 un forte terremoto che interessò tutto l’Appennino la danneggiò a tal punto che dovette essere abbattuta. L’attuale edificio è recente, in stile neogotico, e conserva della chiesa precedente il fonte battesimale e un frammento di capitello. Pieve San Vincenzo rappresenta uno dei centri storicamente più importanti di quella che fu detta, e ancora oggi si chiama, Valle dei Cavalieri, cioè l’alta valle dell’Enza. Il nome deriverebbe o dagli allevamenti equini che qui sfruttavano i vasti pascoli (anche adesso esiste una specifica razza di cavalli detti “del Ventasso” adattati nei secoli all’ambiente montano) oppure dai signorotti locali che fornivano le truppe di cavalleria alla contessa Matilde e ai successivi padroni della zona. Comunque, sono due aspetti di una stessa medaglia.
Il successivo borgo di Cecciola, alla confluenza della Liocca con l’Enza, è stato oggetto di un ambizioso progetto di recupero dell'ex Parco regionale del Gigante . Ora sono operativi il Centro per il turismo rurale  e il centro visita del parco, il tutto ricavato in antichi edifici perfettamente restaurati. Un esempio di quello che si potrebbe fare per i vecchi borghi abbandonati dell’Appennino. Numerose sono le immagine sacre in marmo, attribuibili ai secoli dal XVII al XIX, una bella caratteristica di questo paese.
La penultima tappa prima di arrivare al passo è Succiso. Una storia tormentata di frane ha sconvolto questo antico paese, tanto che lo si è completamente ricostruito nelle vicinanze col nome di Varvilla. L’antica chiesa sbrecciata e abbandonata è il simbolo più evidente di questo disastro geologico. Conseguentemente, anche il patrimonio di edilizia tipica che caratterizza gli altri paesi qui è meno evidente, anche se vi si ritrovano esemplari di icone di marmo apuano già viste a Cecciola. Succiso ospita un Centro Visita del parco ed è il punto di partenza per escursioni, anche a cavallo, sulle falde dell’Alpe di Succiso, uno dei monti più belli e alti della zona.
Ultimo abitato rurale prima del valico appenninico è Miscoso, tradizionale punto di appoggio per i traffici con la Lunigiana. Anche qui è viva la tradizione delle immagini devozionali, che può veramente costituire, per chi fosse interessato, un bel motivo tematico a cui dedicare questo itinerario. Interessante, a questo proposito, l’ornamentazione che decora l’antica fontana del paese. Ma tutto l’abitato, anche se pesantemente ristrutturato, conserva, come magici frammenti del passato, testimonianze artistiche o decori architettonici dei secoli scorsi.
All’estremità sud del percorso incontriamo la bella visione azzurra del lago artificiale dei Paduli, dove nasce il fiume Enza (siamo già, anche se per poco, in terra toscana). E siamo anche arrivati al passo di Lagastrello (o di Linari, come era detto anticamente), punto di passaggio di una rete di mulattiere che un tempo provenivano sia dal versante parmigiano che da quello reggiano della valle. La zona era sotto l’influenza culturale e religiosa della celebre abbazia di San Salvatore di Linari e, meno rispettosamente, era anche luogo rinomato di traffici non sempre leciti o in ordine con le tasse che utilizzavano sentieri minori, di difficile individuazione.
Il ritorno a Ramiseto può avvenire sul lato parmigiano lungo la direttrice Valcieca, Nirone, Vairo, Vaestano, Selvanizza, dove si ripassa l’Enza.