Fra i torrenti “minori” (lasciando la qualifica di maggiori all’Enza e al Secchia), il Dolo è tra i più importanti. Per il valore ambientale e paesaggistico, per l’abbondante portata d’acqua (almeno nel tratto superiore), per il fatto, infine, che segna il confine tra le province di Reggio Emilia e Modena, da Civago fino alla confluenza con il Secchia a Cerredolo, che non è breve tratto.
La valle del Dolo è stata anch’essa luogo di transito, soprattutto per le popolazioni locali che avevano necessità di commerciare con la Toscana. Che si trattasse comunque di una direttrice di una certa importanza lo testimoniano i numerosi castelli, rocche e torri che nel medioevo ne controllavano il percorso. Di essi, perlopiù, ci sono giunti solo ruderi o addirittura neppure quelli. La valle aveva il suo sbocco nel passo delle Forbici, oggi non più percorribile dal normale traffico automobilistico, ma un tempo frequentato anche da numerosi pellegrini, come testimoniano gli ospizi per i viandanti che si trovano su entrambi i lati del valico. Poi, gradatamente, prese il sopravvento la strada che, dal lato modenese, porta a San Pellegrino in Alpe, con la riduzione del passo delle Forbici a un percorso locale per i pastori.
Arrivati a Villaminozzo, superato il capoluogo di un breve tratto, si discende verso Costabona dopo aver superato il torrente Secchiello. Come molti paesi di origine medioevale, Costabona si trova a dominare uno spartiacque tra le vallate del Secchiello e del Dolo, in un bel contesto di castagneti, tradizionale fonte di cibo per i montanari. La stessa struttura del paese, con l’impianto lineare e le case disposte a scalare lungo il pendio, denota l’antichità dell’insediamento. Conseguentemente, numerose sono le testimonianze storiche interessanti. I fabbricati più antichi, risalenti al tardo medioevo, sono concentrati a valle della chiesa parrocchiale.
Costabona è una delle culle del maggio drammatico. Qui opera una delle poche compagnie ancora esistenti di maggerini, animata da Romolo Fioroni che, ancora oggi, scrive i testi di nuove rappresentazioni, oltre che coltivare la storia di questa fantastica e misteriosa tradizione che ha origine nella Toscana medioevale e che nel Reggiano (e nel Frignano Modenese) è stata importata dai pastori transumanti. Si tratta di rappresentazioni sceniche fortemente scarnificate nelle scenografie (un cartello indica una città, una stoffa azzurra un lago, una sedia una montagna) dove agiscono attori (la gente del posto, impiegati e contadini!) vestiti con abiti ricamati e con in testa elmi piumati, che saltano e danzano con gesti ritualizzati e musiche ripetitive, quasi ipnotiche. A Costabona è stato allestito un “teatro” all’aperto nella vecchia carbonaia, dove in estate si svolgono gli spettacoli, che cominciano nel primo pomeriggio e durano non poco (un volonteroso si aggira tra gli attori con la duplice funzione di suggeritore dei testi e di rifocillatore delle voci tramite un fiasco di vino). E’ uno spettacolo di folclore autentico che non si dovrebbe perdere. Le informazioni sulle rappresentazioni si richiedono presso gli uffici turistici, i centri del Parco, il Comune di Villaminozzo.
La strada provinciale continua la sua discesa verso il Dolo sfiorando l’abitato di Quara, ancora nel Toanese, antico centro termale di cui però non vi è più traccia evidente. Chi fosse interessato a visitare i borghi del nostro Appennino con l’attenzione verso le testimonianze “minori” potrebbe deviare a Quara per la chiesa secentesca (conserva un altare del Ceccati) e per il vicino palazzo cinquecentesco dei Conti Sassi.
Il successivo paese di Gova ripete in parte lo schema urbanistico di Costabona, con le case disposte scalarmente lungo il pendio. Si tratta di un insediamento anticamente posto sotto la protezione di un castello, di cui si conservano i ruderi. La fortificazione faceva parte di un complesso posto a difesa del Dolo che consentiva, in caso di avvicinamenti ostili, di trasmettere le notizie tramite segnali visivi da torre a torre. Altre tracce antiche si ritrovano alla base della chiesa: si tratta di conci in arenaria che appartenevano a una precedente struttura romanica. Il paese è di origine agricola, come si vede dai numerosi fabbricati di servizio intercalati alle abitazioni. Qui nell’ottocento era fiorente la coltivazione della vite, oggi del tutto scomparsa.
Uscita da poco da Gova, si consiglia di voltare a sinistra per una strada comunale (però ben percorribile) che porta a Gazzano attraverso gli abitati di Morsiano e Costalta, entrambi interessanti per la presenza di edifici tradizionali (tra cui rare case con balchio, l’accesso coperto e rialzato tipico un tempo dell’Appennino), maestà (soprattutto a Morsiano), portali cinquecenteschi decorati nell’arenaria. Anche gli scorci paesaggistici sulla valle del Dolo che offre questo tratto dell’itinerario sono molto piacevoli.
Gazzano, che si affaccia su un lago artificiale, è degno anch’esso di una medesima attenzione, essendo costituito da un borgo ricco di testimonianze di storia. Anche dove l’edificio non è granchè interessante, la visione d’insieme è comunque suggestiva. A Gazzano opera una scuola professionale di cucina (buon auspicio per la ristorazione locale!) e, presso la chiesa, vi è una raccolta di presepi.
Tappa finale, Civago, la Perla dell’Appennino, come talvolta si dice. Luogo tra i più rinomati per i soggiorni turistici, Civago, ben attrezzato in fatto di alberghi, ristoranti e servizi, offre sia la possibilità di un turismo climatico estivo che l’opportunità di praticare gli sport della neve. Dopo aver visitato il bel centro del paese e, nello specifico, l’antico mulino in pietra all’estremità meridionale dell’abitato, si può risalire per percorrere il tratto finale della strada che porta a monte di Civago e che a un certo punto è sbarrata al traffico.
Fermandosi poco dopo, quando la strada si è già fatta ghiaiosa, si può parcheggiare e scendere al torrente, che qui si presenta con grandi massi e buche profonde. Un paradiso, a vedersi, per i pescatori. Quanto a prender davvero le trote, è un altro discorso. Bisogna essere bravi e capitare nell’ora giusta. Proseguendo a piedi luingo il torrente, si arriva in tempi ragionevoli al grazioso rifugio San Leonardo al Dolo.
Poco prima del parcheggio, sulla destra, verso il monte, si era distaccata la strada, prima asfaltata poi ghiaiata, che conduce, per un tratto non breve, fino alla cosiddetta “sbarra”, cioè al punto in cui bisogna lasciare l’automobile per proseguire a piedi verso i rifugi Segherie e Battisti. Per chi vuole camminare, nell’ambiente, semplicemente stupendo, dell’Abetina Reale.
Il ritorno seguirà una strada diversa, la provinciale n°9 (poi 95) attraverso Cervarolo e Novellano. Qui le cose notevoli, a parte il bel paesaggio verde della valle, sono i due paesi, appunto, e la torre dell’Amorotto.
Cervarolo, in particolare, fu teatro di una dura rappresaglia tedesca il 20 marzo del 1944 (24 le vittime innocenti, tra cui il parroco), ed è da sempre la porta verso la Val d’Asta, conservando alcune tra le testimonianze più antiche dell’architettura appenninica, fra cui un portale del secolo XV.
Ultima notazione per la Torre dell’Amorotto: posta sopra la galleria che in questo dopoguerra ha consentito il collegamento stradale con Civago (prima si trasbordava sui muli!), è quanto resta di un fortilizio che ospitò nel secolo XVI il leggendario bandito della montagna Domenico Beretti, detto, appunto, l’Amorotto. Poi si ritorna a Villaminozzo.