Un’abitudine consolidata (e comprensibile) del turista vuole che ogni itinerario abbia, per l'andata e per il ritorno, due percorsi diversi. Insomma, si tratta di costruire quello che si chiama un anello. Lo scopo è evidente: aumentare la quantità di cose da vedere evitando ripetizioni. Il problema può sorgere quando si tratta di decidere per quali strade salire e per quali discendere, essendo perlopiù questa scelta indifferente. Nel caso di questo itinerario consigliamo di salire per la direttrice Scandiano-Baiso-Carpineti e di scendere per il percorso che va da Carpineti a Casina, San Giovanni di Querciola, Albinea. Il motivo è paesaggistico: l’avvicinamento al monte Valestra proveniendo da Baiso è un’esperienza visiva di grande impatto, mentre, nel ritorno, il colpo d’occhio sulla pianura che si ha discendendo verso Albinea è formidabile (se la giornata è serena).
Dunque, si suggerisce di raggiungere Scandiano e da qui prendere la strada provinciale 7 del lungovalle Tresinaro. Per chi viene da Reggio, potrebbe essere più piacevole venire da Albinea e poi voltare a destra, prima di Scandiano, all’incrocio dove, sempre sulla destra, si travano le serre della cooperativa sociale Lo Stradello col grande impianto del maneggio.
Iano, Mazzalasino, Cerro, Rondinara, sempre fiancheggiando il Tresinaro. L’opzione più ovvia, e comoda, sarebbe quella di seguire l’ottima strada provinciale fino a Viano. Per chi vuole fare una scelta più avventurosa, e ha del tempo, si suggerisce la strada per San Romano e Visignolo (bivio a sinistra dopo Rondinara). Consigliata una carta geografica o uno stradario, per la carenza di segnaletica. Anche il fondo stradale ha dei problemi e la ristrettezza della carreggiata impone velocità da cicloturisti. E qual è il premio a tanto disagio? Il gusto dell’esploratore, che attraversa zone assai poco conosciute. Sarebbe un incentivo forse insufficiente, se non aggiungessimo che, da questa strada, prima di arrivare a Baiso, si ammirano alcuni dei calanchi più spettacolari della provincia, con affioramenti di argille colorate in rosso. Per chi vuole fare fotografie di sapore lunare. Sullo sfondo si erge, nel taglio più spettacolare, il grande panettone del monte Valestra, sacro agli antichi (e si capisce: pochi altri monti, forse solo la Pietra di Bismantova, nella media montagna hanno una visibilità così ampia).
Arrivati comunque a Baiso, se si resiste alla tentazione di fermarsi a fare un tuffo nella bella piscina pubblica, si può proseguire per Castagneto e Valestra (attenzione ai bivi, comunque segnalati).
Valestra si trova ai piedi dell’omonimo monte, che da qui incombe con fiancate dirupate di arenaria meno bonarie di quanto l’aspetto arrotondato della montagna faceva prevedere da lontano. Il paese, in completa fase di ristrutturazione, è piacevolmente tradizionale con le case di sasso e con un’area di accoglienza straordinariamente ampia e attrezzata. Buona per uno spuntino all’aria aperta, se non si preferisce fermarsi nei ristoranti della zona che sono rinomati.
A proposito di ristoranti, se la si trova, sarà una scoperta da raccontare quella della carne di pecora, una curiosissima tradizione di Carpineti, e in particolare proprio della zona intorno al monte Valestra. Cucinare l’agnello è un’abitudine diffusa in Italia, ma la pecora viene consumata raramente. La sua carne infatti richiede trattamenti particolari, che i carpinetani conoscono benissimo, ricavando prosciutti di 3-4 chilogrammi (il cosiddetto violino), bistecche aromatizzate (le barzigle) e stracotti. Qual è l’origine di un abitudine così singolare? Secondo lo storico Arnaldo Tincani una possibile spiegazione potrebbe essere il perdurare, sopra questo crinale, di una linea difensiva bizantina dove restarono a lungo accampate truppe mercenarie che avrebbero lasciato in eredità questa tradizione di possibile origine greca o orientale.
Aggirando da sud il massiccio del Valestra, ci si indirizza verso Carpineti. L’itinerario migliore, facendo un po’ di attenzione ai bivi e alla segnaletica, sarebbe quello di proseguire per Montelago e Savognatica, risalendo poi i tornanti che portano alla dorsale della cresta dove si trova l’imponente castello di Carpineti (al paese di Carpineti si scende poi dall’altra parte del crinale, dopo pochi chilometri). Comunque, anche se ci si perde (e può capitare se non si ha una carta), a Carpineti è impossibile non arrivare. E’ il capoluogo e punto di partenza di molti itinerari che ognuno può anche farsi da solo con un minimo di informazioni. L’importante è non impigrirsi a seguire solo le strade principali. Siamo in una zona dalla complessa storia medioevale, quando le caratteristiche dominanti erano il decentramento e la varietà dei percorsi: ogni borgo ha una cosa da raccontare (provate ad esempio ad andare a cercare i resti del castello di Mandra che resistette nel milletrecento all’assalto del Comune di Reggio. Occorre fare un tratto a piedi. Chiedere in zona).
Tra Valestra e Carpineti, ma l’imbocco della stradina è difficile da trovare (bisogna per forza chiedere informazioni sul posto), si diparte una deviazione che porta (accessibile, con prudenza, anche ai non fuoristrada) alla Pieve di San Vitale di probabili origini bizantine. Nella sagrestia, restaurata con i fondi del Giubileo, si trova un ostello con ristorante. Se si vuole passare una notte in un posto fuori dal mondo di tutti i giorni, non c’è scelta migliore. Bisogna però informarsi e prenotare prima (tel. ideanatura +39 0536966112 oppure +39 3392943736). Se ritenete che arrivare in questo meraviglioso angolo di appennino in macchina sia un sacrilegio, si può partire a piedi dal castello di Carpineti preventivando una buona mezz’ora di piacevolissima passeggiata.
Non si può lasciare Carpineti senza aver visitato il suo castello, che aderisce al Circuito dei Castelli Matildici e delle Corti Reggiane. Sarà la contessa Matilde a valorizzare questo importante luogo fortificato, già comunque menzionato in documenti più antichi. Nel 1077 la fortezza ospita papa Gregorio VII, reduce dall’incontro di Canossa. La morte di Matilde nel 1115 chiude il periodo più denso di avvenimenti nella storia di questo castello. Nei secoli seguenti si susseguono al potere più proprietari, fra i quali anche il leggendario “bandito della montagna” Domenico Amorotto (secolo XVI). Le condizioni rovinose in cui versava il castello spinsero la Provincia di Reggio Emilia ad acquistarlo nel 1978. Da allora diversi interventi di restauro lo hanno reso visitabile e ben leggibile nella sua struttura. Appena sotto il castello si ammira, ben conservata, una chiesa di stile romanico dedicata a Sant’Andrea.
Da Carpineti paese si raggiunge rapidamente Casina, percorrendo anche un breve tratto della rinnovata strada statale 63, con una galleria lunga due chilometri. Da Casina centro si scenderà a Reggio per la strada provinciale che porta a San Giovanni di Querciola e Regnano. Prima deviazione (sulla destra, scendendo) per visitare Giandeto e, soprattutto, Crovara. Siamo in una zona dove la concentrazione delle case a torre è massima. Il borgo di Crovara, con un complesso abitativo massiccio e turrito che risale al secolo XV, è probabilmente il luogo più suggestivo per chi ricerca le testimonianze dell’antica architettura in pietra.
Rientrati nel percorso principale ci si dirige con tranquillità verso Albinea e lo sbocco nella pianura, non prima di aver compiuto due visite: alla chiesa e al borgo di Santa Maria in Castello, uno dei luoghi più suggestivi del Querciolese e di tutto il medio Appennino, e alla celebre “salsa” di Regnano (il breve sentiero si diparte di fronte al ristorante Il Vulcanetto), un fenomeno di tipo vulcanico veramente curioso, con monticelli di fango che ribollono per l’emissione di gas sotterranei. Non c’è alcun pericolo.

Per altre informazioni, consulta la sezione tutta dedicata alla valle del Tresinaro.